C’è una domanda che in questi giorni ci stanno facendo in molti:
“Spaghetti Weird Edizioni sarà al Salone del Libro?”

La risposta, come qualcuno già saprà, è no.
E saremo sinceri, per quest’anno sarebbe stata no anche se avessimo voluto. Esistono dei tempi tecnici per partecipare a grandi eventi di questo tipo, e noi – appena nati – non saremmo mai riusciti a organizzare una presenza costante in così poco tempo. Inoltre il nostro catalogo è ancora troppo risicato, appena tre uscite non bastano certo a riempire uno stand, neanche il più piccolo possibile.
Ma la veritò è che a noi, piccola casa editrice indipendente del fantastico italiano, NON INTERESSA partecipare a fiere come il Salone del Libro. O come Bookpride, Più libri più liberi, etc. E non si tratta di un “vorrei ma non posso”, il fatto è che non crediamo che eventi del genere siano pensati davvero per i piccoli editori.
Ogni anno il Salone viene raccontato come la grande festa del libro, della cultura, della bibliodiversità. Ma a guardar bene è facile rendersi conto che il centro dell’attenzione, dello spazio, della comunicazione e del pubblico va a finire quasi sempre ai grandi gruppi editoriali, gli stessi che dominano la distribuzione nelle librerie e in molti casi si operano attivamente per rendere l’ingresso nel mercato editoriale il più difficile e oneroso possibile. I piccoli stanno ai margini, spesso pagando cifre enormi per avere pochi metri quadri e sperare di essere notati in mezzo a stand mastodontici costruiti da chi ha budget completamente fuori scala.
E allora sentiamo il bisogno di dirlo chiaramente: questo sistema favorisce chi è già forte. Non crea davvero spazio per l’editoria indipendente. La usa come decorazione culturale per dare l’idea di pluralità, mentre il mercato continua a concentrarsi nelle mani di pochi, sempre gli stessi.
C’è poi un altro aspetto che ci disturba parecchio: il prezzo d’ingresso.
Comprare libri in fiera è diventato un lusso.
Pagare decine di euro per entrare in un luogo che dovrebbe promuovere la lettura è secondo noi assurdo. Non siamo tra coloro che pensano che debba essere tutto gratis, ma partiamo dal presupposto che la cultura dovrebbe essere accessibile, non trasformata in un evento esclusivo per chi può permetterselo senza pensarci troppo, o peggio per influencer neanche troppo interessati alla lettura. Vogliamo che i nostri lettori siano famiglie, studenti, ragazzi curiosi, lettori forti ma con pochi soldi: per molti andare al Salone significa spendere una cifra importante ancora prima di poter comprare un libro (magari con la necessità poi di mangiare un panino mediocre a dodici euro).
E no, non ci vogliamo arrendere all’idea che “funzioni così”. Se la lettura diventa un lusso, allora abbiamo un problema serio. Soprattutto noi, editori e autori indipendenti.
Noi preferiamo investire tempo, energie e soldi in altro: festival più piccoli (come Oblivion, Marginalia o il recente Fuori Libro), eventi territoriali, presentazioni vere, contatto diretto con i lettori, collaborazioni tra indipendenti, spazi dove si possa parlare di libri senza trasformare tutto in una gigantesca fiera commerciale travestita da evento culturale.
Questo non significa odiare il Salone o chi ci partecipa. Molti piccoli editori fanno sacrifici enormi per esserci, e li capiamo benissimo: in certi contesti, non esserci equivale quasi a non esistere, e siamo vicini a chiunque voglia provare a cambiare le cose da dentro, compresi alcuni autori in self che nonostante regolamenti di partecipazione astrusi stanno facendo un grande lavoro per attirare l’attenzione che meritano. Ma proprio per questo forse è arrivato il momento di chiederci se questo modello stia aiutando davvero l’editoria indipendente o se la stia semplicemente spremendo.
Noi, per ora, abbiamo scelto di stare altrove.
